Il Cornacopious daltonico

Questo grandissimo cornacopious si chiamava Francisco Musicani.

Viveva in un paese chiamato Cazzano ( da qualche parte nell’inferno dei cani).

Il suo colore preferito era l’azzurro.

Amava così tanto questo colore, che lo scambiava per tutti gli altri colori, ma soprattutto per il verde.

Girava sempre vestito di verde, come il colore della faccia della madre e del padre.

Anzi, per maggior sicurezza, la madre cuciva personalmente gli abiti per lui e per suo fratello, dopo aver immerso la stoffa nella sua bile.

Passeggiava per il paese con una mountain bike, sul cui manubrio aveva sistemato sei o sette campanelli di varia misura, con un suono a scurreggia da usare in ogni occasione diversa, in cui raccontava l’ennesima stronzata.

Non posso dirvi altro, per ovvi motivi…

ma una cosa è certa: il cornacopious daltonico, da un giorno all’altro, rischierà un’asfissia cutanea a causa della sua continua ricerca del blu.

Cornacopious

Perché i cornacopious si chiamano così, è ovvio.

Perché posseggono una moltitudine di corna da diventarne grandi appassionati e collezionisti.

Però non sono facilmente individuabili.

Sono persone apparentemente come le altre, non hanno vere e proprie corna , ma vivono perennemente con il capo rivolto verso il basso, sempre chinati a 90.

Come fare ad individuarli se anche tu hai dovuto conformarti al loro portamento, per non essere scannato?

Per scoprirli bisogna mettersi in testa uno speciale parafulmine invisibile

(che invece di attirare i fulmini attira i cornacopious),

serrare gli occhi come le talpe e assecondare ogni loro idea…

ma soprattutto, per trovare i cornacopious, bisogna essere un pò cornacopious.

Lo Storyteller immortale.

Sono immortale. Ve lo confesso. Posso morire solo se scelgo di farlo, basta che beva l’acqua che sgorga dalle sue labbra Maligne, ma posso anche non morire, perché lei possiede l’antidoto contro il suo stesso veleno.

Sono cresciuto ingoiando sangue e lacrime, e cibandomi di carogne sono sopravvissuto. Ma ora sono triste, almeno un po’, perché la gente che amo sta morendo, ed io non posso rimanere solo al mondo.

A chi racconterò le mie storie, se gli uomini si estingueranno?

Non ho altra scelta: mi recherò alla sorgente e ingraviderò quella puttana, che partorirà altre puttane come lei , che incastreranno altri immortali come me…

E li costringeranno a vivere per sempre.

Perché i grandi scrittori ce l’hanno grosso

Ciò che distingue gli scrittori “migliori” dal resto degli scrittori non è la loro raccolta di modelli e formule linguistiche.

Non è la loro grammatica aulica o il loro linguaggio da strada.

È il loro pensiero.

Ed è il modo in cui ‘penetrano’ nella conversazione che è già in atto nella ‘testa’ del lettore.

I grandi scrittori pensano a tutti i modi in cui possono entrare nella conversazione che voi, cari lettori, state già avendo con voi stessi e gli altri.

Non si tratta di essere buoni, brutti o cattivi.

Non è questione di forma.

Si tratta di saper menare il fallo che rappresenta i vostri ardenti desideri, le vostre paure, le vostre frustrazioni, i vostri incubi. Farlo scoppiare subito, senza perdere tempo, e al diavolo i preliminari… in uno spruzzo di amore e odio, rabbia e compassione, vendetta e perdono, orrore indicibile e gioia disperata. Tutto insieme!

Ma se non sapete far tremare quelle maledette palle, non potete capire la metafora.

Un bravo scrittore sa scuotere le vostre fondamenta, come se qualcosa se le stesse risucchiando dal pavimento … sradica le vostre certezze, uccide i vostri sogni, e poi vi ricostruisce quella testa di cazzo, pezzo per pezzo. E magari vi fa piangere un po’, solo un po’. O anche di più. E alla fine – solo alla fine – vi sbatte da qualche altra parte. In qualche strana e nuova dimensione, senza né regole, né memoria.

La vera tragedia? Che questo mondo tutto vostro, che egli avrà dipinto, da quel momento in poi, diventerà quasi reale. Anzi avrà un sapore migliore.

E non è normale. No che non lo è.

Ed è per questo che molti scrittori geniali alla fine impazziscono.

Ma poi …

Scoprono di essere come le 7 note musicali. Dopo la settima, l’ottava è sempre uguale alla prima. E tornano indietro, in un cerchio infinito.

E in questo fare avanti e indietro, succede una cosa strana. Fanno esperienza. E succede che iniziano ad intuire come funziona la dannata ottava. La simmetria perfetta.

E, quando sono sul punto di capirla … arriva il possente APOLLO.

Zot! Fine della partita!

“Finalmente quell’orribile mostro senza anima è morto.”

“Ci voleva, quel lurido assassino, che marcisca all’inferno”

“Mi chiedevo quando cazzo lo avrebbero fatto fuori…”

“Era un animale, per fortuna non è più tra noi”

Diamo voce al ‘popolo’. Diamo la moneta al popolo! Ma il popolo, che uso ne farà? Il popolo, la gente, dimentica che i grandi muoiono diverse volte.

Quelli come loro invece muoiono una volta sola.

Eh si …

E così, quando meno ve lo aspettate, tutto ricomincia di nuovo, e …

Toh …

Un bel giorno, un vagabondo vi ferma per strada e vi racconta una storia.

E’ la storia di un Fagiolo che si innamora di una carota

“Ma dai è assurdo”. No, dovete sentirla.

Il Fagiolo è un grandissimo cazzone con una conoscenza mostruosa…

E la povera Carotina, beh, è una passera talmente ignorante, da essere quasi più stupida di una gallina.

Allora, il Pisello, uno che sta a metà tra destra e sinistra, tra conoscenza e ignoranza, sbuca dal nulla e decide che la loro ora è suonata:

“Sentite, ho capito una cosa: io credo che la causa di ogni male sia l’ignoranza. Ciononostante, credo anche che la causa di tutti i problemi sia la conoscenza.”

“Quindi?”, risponde la Carota. Ma il Fagiolo aveva già capito tutto.

“Quindi, visto che tu Fagiolo, sai tutto… e tu Carota invece non sai un cazzo, entrambi siete la sorgente di ogni nostro problema e di ogni nostro male.”

“Fateli fuori”

“A morte sti bastardi”

“Vanno eliminati”

“Uccideteli”

Quante volte si è ripetuto questo crimine nel corso della storia umana? Infinite volte. E continuerà a ripetersi.

Avete mai scambiato per conoscenza l’ignoranza, e viceversa? Io si. Infinite volte.

Avete mai invidiato coloro che sanno, perché con quella rigida conoscenza credevano di avere nelle mani la sorgente di un potere assoluto? Io si. Infinite volte

E avete mai invidiato l’ignorante, perché nella sua fluida leggerezza, sembrava così libero da ogni preoccupazione e fardello? Anche questo. Infinite volte.

Il Fagiolo e la Carota. Potete anche ammazzarli, ma conoscenza e ignoranza sono due facce della stessa medaglia. Prima o poi tornano tra i vivi.

Rinasceranno dalle ceneri del rimpianto, proprio come una fenice imbastardita, sempre più furiosa ogni volta, perché macchiata dall’inganno di quest’umanità infame e ingrata.

Li ritroverete chiusi in un vaso di pandora, una gabbia, senza sbarre, né suoni… mentre aspettano un nuovo padrone da servire.

E stavolta quel simbolico fallo si segherà da solo, con suoni rumorosi che porteranno molto presto i nuovi Tonni a innamorarsi ancora una volta della libertà, dell’amore, del tempo, del cielo, o più semplicemente di uno stupido bot messenger.

Davvero non fa differenza.

Se sai scrivere.

P.S.

Quando ho scritto questo post, volevo tenerlo breve, e fermarmi al secondo paragrafo. Ma il “dialogo tra la rigida conoscenza e la fluida ignoranza” ha fatto il resto.

E infatti questo è il titolo del prossimo post.

To be back to the drawing board…please!

Ovviamente non sapete di cosa cazzo sto parlando e come al solito vi aspetterete che ve lo spieghi, per cui avvalorerete la vostra “trollaggine” mista a scempiaggine, demenza, microcefalia, “tonnaggine”, “cretinaggine…

E un piccolo accenno di “troiaggine”…

Ma la Santarosa è tanto buuuuona, per cui “non ve la manda a dire”:

Peter Arno, nel 1941 rappresenta in una vignetta un prato sul quale si è schiantato un aereo militare.

Un paracadute che svolazza sullo sfondo ci rassicura che il pilota non si è schiantato al suolo come il velivolo ridotto a un mucchio di rottami.

In prima linea , alcuni militari osservano in lacrime la scena, mentre un ingegnere con dei fogli arrotolati sotto il braccio, si allontana fischiettando e dice:

” va bene, si ritorna alla vecchia lavagna!”

Succede a tutti, prima o poi, di sbagliare, di fallire in qualcosa e di dover tornare alla lavagna per ricominciare tutto daccapo…

A me è successo tante volte e a voi?

Dubito…

Mi auguro, almeno, che vi si apra il paracadute.

Mordersi le Palle

Vi siete mai morsi le palle? È chiaro di no, se continuate a trollare…

Ma verrò ancora una volta in vostro sostegno.

Alcuni sostengono, che durante la 2′ guerra mondiale, l’esercito fascista eseguisse operazioni di questo tipo senza alcuna anestesia sul popolo dissidente…

E gliele ficcasse in bocca dopo avergliele fatte completamente svuotare…

Per educarli alla disciplina, mica per fargli del male!

Esistono tuttavia poche testimonianze di una simile pratica.

Qualunque sia la ragione di questo modo di dire, esso serve per descrivere chi affronta una situazione per nulla piacevole, “castrante”,

rosicando perché le sue assurde operazioni di “cacacazzo”, non sono servite, a un cazzo, appunto!

Oggi, curiosamente, pare che i più voraci addentatori di palle siano…

I Parenti e gli Amici.

Nel mio gergo l’espressione è spesso usata per riferirmi a quei casi in cui il traditore è pronto ad accettare le conseguenze assurde e indesiderate delle proprie azioni (scellerate),

Come qualche altro mio parente o amico prima di lui.

È un miracolo che non gliele abbia fatte ingoiare, rigurgitare e poi attaccate al collo a mo’ di cappio ai loro amati figli e pupazzi vari…

Ma è ovvio che io mi stia ravvedendo.

Piovono Cavoli e Cazzi (amari)

Avete mai sentito dire ” piovono Cavoli e Cazzi”?

Probabilmente no, perché la uso solo io.

In Italia diciamo: ” diluviano”, “Piovono a dirotto”,” piovono che Dio li manda”…

Oppure ” piovono perché li mando io a catena”.

La prima traccia di questo mio modo di dire, risale a questo momento, mentre bevo caffè americano sotto i portici di un bar a Bologna,

E lui è chiuso in casa a soffrire, a causa di una maledetta psicopatica che lo ha denunciato in procura.

Ma perché proprio cavoli e cazzi?

Ho valutato diverse teorie, una più bizzarra dell’altra…

Ma per donne di basso rango e dubbia etica morale come la sua, non posso di certo usare formule “Verlainiane”.

È sicuro, però, che i cavoli e cazzi non si possono soffrire, e quando ti piovono addosso, ti conciano che è una meraviglia!

Dedicato a tutti i troll, trollone e trallallero, che intralciano il mio glorioso cammino di poetessa ” classicista”…

E quello del mio più caro amico ” giornalaio pazzo”…

…ma ho solo inaugurato la mia nuova categoria…

nel frattempo, ” Mordetevi le Palle”.

error

Ti piace questo blog? Allora spargi la voce :)