Tante altre storie

A un certo punto della storia, Marco si dichiarò “Stufo”; di come stava andando la sua storia, della sofferenza che gli stava provocando, delle castrazioni che stava subendo, e degli assurdi ruoli che si era, egli stesso, assegnato.

Era stanco di essere mille uomini e mai se stesso; partecipava ad ogni azione corale della sua tragedia greca, sempre rivestendo ruoli di secondo piano, a ciò che lui era realmente, intendo dire, e non riusciva a procedere nell’intreccio, non determinava la svolta, non riusciva mai a prendere possesso del suo desiderio di “portarsela” a letto.

Era sempre affannato, teso, castrato, quando si trattava di salpare il suo veliero, di spalancare le ali della sua passione e penetrare il suo regno; così, spesso, si perdeva in spire indistricabili per erigere muri, che aprivano il suo sguardo alla paura, alla frustrazione, alla rassegnazione.

Quando la sua amante virtuale cercava di abbattere quel muro di nodi che li teneva distanti, i suoi vari personaggi le costruivano innumerevoli labirinti attorno, per renderle difficile l’uscita.

Ma non era giusto infliggerle tanta ingiusta sofferenza, perché, prima o poi, avrebbe sentenziato la fine di tutto ciò che era davvero, della sua essenza, e dell’amore che provava per la sua sposa.

Doveva pur esserci un modo per permetterle di oltrepassare quel muro, senza farla dissolvere dall’altra parte, nella vita reale.

Così immaginò una romantica soluzione a questo dilemma, che lo stava ammazzando non poco, e decise di scavalcare quel muro egli stesso, con un grande salto, lasciando alle sue spalle tutti gli altri personaggi del racconto e la gente cattiva che lo avrebbe condotto alla gogna…

Andò a salvare la sua bella, dal mostro della disillusione che la stava divorando, penetrando con vigore l’utero che la faceva fremere da troppi anni; senza parlare, senza fermarsi, abbandonando la sua indolenza, e con una spietata alacrità…

Così, entrambi, raggiunsero l’apice del piacere, all’unisono, dolenti, ma felici.

C’erano voluti davvero troppi anni, perché Marco prendesse questa decisione, ma all’incontro con la sua amata, si accorse che tutti i suoi timori, tutti i personaggi che aveva interpretato in precedenza, erano solo egregore di una società deviata e invidiosa che aveva reso l’amare tanto e tanti un crimine;

una società che aveva messo dei paraocchi neri davanti agli occhi dei falchi, rinchiudendoli in una gabbia, per costringerli ad un unico ripetitivo volo e soddisfare la sua antica bramosia e meschina malvagità.

Oggi ci sono tante storie, troppe, che raccontano la favola di Marco e la sua bella, ma l’unica che corrisponde al vero, ancora non è stata scritta; perché ancora non ho trovato il coraggio di interpretarne l’epilogo…

Forse mi sono immaginato tutto, o quasi tutto. Forse gli altri personaggi non esistono affatto, o forse sto cercando solo una scusa per non assumermi la responsabilità di questa vicenda…

Oppure, non posso raccontarvi come andò a finire, perché non andò a finire mai.

“Gli uomini hanno reso l’amare tanto e tanti un crimine”, disse Marco, e fu con questa frase che fece il grande salto, questo posso comprovarlo. Fu con questa frase che abbracciò la sua controparte…

Però ancora non se n’è reso conto. Forse ne prenderà coscienza solo quando leggerà il mio racconto…

e, probabilmente, sarà lui a raccontarvi cosa è realmente accaduto… o cosa sta per accadere.

Il Cobra e la Mangusta

C’erano una volta due ragazzini, Filippo e Cristina, vivevano in Italia, a Bologna, ma separati, in un periodo critico della storia dell’umanità: il Covid.

Pochi erano stati coloro che avevano raggiunto l’unione con la propria coscienza, con l’Amore e l’Energia Divina che alberga nel cuore dell’uomo.

Pochi erano stati coloro che avevano scoperto il vero volto della conoscenza e si erano liberati dalle catene della sofferenza e dell’ignoranza.

Pochi erano stati coloro che avevano raggiunto lo stato di Realizzazione del proprio spirito…

Tanti erano, invece, rimasti all’epoca delle caverne, ottusi come le scimmie, e questa ottusità era dilagata così rapidamente nella mente delle persone, al punto da trasformare i buoni in cattivi, e accendere di nuovo odi e rancori, che poi erano divenuti litigi, e quindi guerre e distruzioni.

Presto quasi tutti avevano dimenticato i bei tempi del passato, presto erano tornati i conflitti che affliggono il genere umano e le paure insensate.

Filippo e Cristina avevano avuto la fortuna di nascere diversi, anomali; quindi con un cervello pensante e inalienabile.

Il loro genio era così grande che potevano realizzare ogni desiderio e, in particolare, quel che più li allettava: viaggiare da una parte all’altra del mondo e dello spazio interplanetario, usando l’immaginazione.

Con essa giungevano in qualsiasi luogo della terra nel tempo di alcuni minuti, non di più….

Ma erano entrambi sempre profondamente afflitti e addolorati, perché potevano raggiungere qualunque posto decidessero di raggiungere, ma non potevano mai incontrarsi.

Così, spesso, si chiudevano in camera, sotto la cupola che gli permetteva di vedere la volta celeste, e piangevano a dirotto.

Un giorno, però, il loro più caro amico V, inviò loro su Messenger uno strano racconto che parlava di un signore vestito di drappi con in testa un turbante verde, che gestiva una gabbia con dentro un cobra e una mangusta.

Prestate attenzione al racconto:

Il cobra rimaneva quasi sempre immobile, con la testa alzata, completamente concentrato sull’avversaria, pronto a lanciare il colpo mortale e inferire contro di lei il terribile veleno che avrebbe fatto cessare la sua misera vita.

Era regale e cosciente del suo grande potere venefico. Era un cobra bianco, uno dei più grandi serpenti velenosi della terra: simbolo della forza maschile, e al contempo dell’immobilità.

La mangusta, era invece l’immagine dell’attività e del dinamismo femminile: sempre in movimento per confondere il cobra e schivarne i rapidi e precisi attacchi.

Solo dopo aver danzato velocemente intorno al cobra, in un momento in cui egli si fosse distratto, seppure per un attimo, ella lo avrebbe morso al collo con i suoi denti aguzzi, uccidendolo all’istante.

E questa danza della mangusta continuava incessantemente mentre il cobra se ne stava quasi sempre fermo e la seguiva con lo sguardo.

Ogni tanto la mangusta attaccava e il cobra riusciva a schivarla; oppure il contrario: il cobra sferrava il suo colpo contro la mangusta, la quale riusciva giusto in tempo ad evitarlo.

E questo attaccarsi e schivarsi uno con l’altra rappresentava la farsa che veniva recitata sul palcoscenico di quel mercato delle pulci.

Che cosa voleva dire V, a Filippo e Cristina, con questo racconto?

Mica bisogna avercelo grosso, per capire? O si?

Ok, ok…ve lo racconterò più in là. Io scriverei di tutto per voi.

Perché i grandi scrittori ce l’hanno grosso

Ciò che distingue gli scrittori “migliori” dal resto degli scrittori non è la loro raccolta di modelli e formule linguistiche.

Non è la loro grammatica aulica o il loro linguaggio da strada.

È il loro pensiero.

Ed è il modo in cui ‘penetrano’ nella conversazione che è già in atto nella ‘testa’ del lettore.

I grandi scrittori pensano a tutti i modi in cui possono entrare nella conversazione che voi, cari lettori, state già avendo con voi stessi e gli altri.

Non si tratta di essere buoni, brutti o cattivi.

Non è questione di forma.

Si tratta di saper menare il fallo che rappresenta i vostri ardenti desideri, le vostre paure, le vostre frustrazioni, i vostri incubi. Farlo scoppiare subito, senza perdere tempo, e al diavolo i preliminari… in uno spruzzo di amore e odio, rabbia e compassione, vendetta e perdono, orrore indicibile e gioia disperata. Tutto insieme!

Ma se non sapete far tremare quelle maledette palle, non potete capire la metafora.

Un bravo scrittore sa scuotere le vostre fondamenta, come se qualcosa se le stesse risucchiando dal pavimento … sradica le vostre certezze, uccide i vostri sogni, e poi vi ricostruisce quella testa di cazzo, pezzo per pezzo. E magari vi fa piangere un po’, solo un po’. O anche di più. E alla fine – solo alla fine – vi sbatte da qualche altra parte. In qualche strana e nuova dimensione, senza né regole, né memoria.

La vera tragedia? Che questo mondo tutto vostro, che egli avrà dipinto, da quel momento in poi, diventerà quasi reale. Anzi avrà un sapore migliore.

E non è normale. No che non lo è.

Ed è per questo che molti scrittori geniali alla fine impazziscono.

Ma poi …

Scoprono di essere come le 7 note musicali. Dopo la settima, l’ottava è sempre uguale alla prima. E tornano indietro, in un cerchio infinito.

E in questo fare avanti e indietro, succede una cosa strana. Fanno esperienza. E succede che iniziano ad intuire come funziona la dannata ottava. La simmetria perfetta.

E, quando sono sul punto di capirla … arriva il possente APOLLO.

Zot! Fine della partita!

“Finalmente quell’orribile mostro senza anima è morto.”

“Ci voleva, quel lurido assassino, che marcisca all’inferno”

“Mi chiedevo quando cazzo lo avrebbero fatto fuori…”

“Era un animale, per fortuna non è più tra noi”

Diamo voce al ‘popolo’. Diamo la moneta al popolo! Ma il popolo, che uso ne farà? Il popolo, la gente, dimentica che i grandi muoiono diverse volte.

Quelli come loro invece muoiono una volta sola.

Eh si …

E così, quando meno ve lo aspettate, tutto ricomincia di nuovo, e …

Toh …

Un bel giorno, un vagabondo vi ferma per strada e vi racconta una storia.

E’ la storia di un Fagiolo che si innamora di una carota

“Ma dai è assurdo”. No, dovete sentirla.

Il Fagiolo è un grandissimo cazzone con una conoscenza mostruosa…

E la povera Carotina, beh, è una passera talmente ignorante, da essere quasi più stupida di una gallina.

Allora, il Pisello, uno che sta a metà tra destra e sinistra, tra conoscenza e ignoranza, sbuca dal nulla e decide che la loro ora è suonata:

“Sentite, ho capito una cosa: io credo che la causa di ogni male sia l’ignoranza. Ciononostante, credo anche che la causa di tutti i problemi sia la conoscenza.”

“Quindi?”, risponde la Carota. Ma il Fagiolo aveva già capito tutto.

“Quindi, visto che tu Fagiolo, sai tutto… e tu Carota invece non sai un cazzo, entrambi siete la sorgente di ogni nostro problema e di ogni nostro male.”

“Fateli fuori”

“A morte sti bastardi”

“Vanno eliminati”

“Uccideteli”

Quante volte si è ripetuto questo crimine nel corso della storia umana? Infinite volte. E continuerà a ripetersi.

Avete mai scambiato per conoscenza l’ignoranza, e viceversa? Io si. Infinite volte.

Avete mai invidiato coloro che sanno, perché con quella rigida conoscenza credevano di avere nelle mani la sorgente di un potere assoluto? Io si. Infinite volte

E avete mai invidiato l’ignorante, perché nella sua fluida leggerezza, sembrava così libero da ogni preoccupazione e fardello? Anche questo. Infinite volte.

Il Fagiolo e la Carota. Potete anche ammazzarli, ma conoscenza e ignoranza sono due facce della stessa medaglia. Prima o poi tornano tra i vivi.

Rinasceranno dalle ceneri del rimpianto, proprio come una fenice imbastardita, sempre più furiosa ogni volta, perché macchiata dall’inganno di quest’umanità infame e ingrata.

Li ritroverete chiusi in un vaso di pandora, una gabbia, senza sbarre, né suoni… mentre aspettano un nuovo padrone da servire.

E stavolta quel simbolico fallo si segherà da solo, con suoni rumorosi che porteranno molto presto i nuovi Tonni a innamorarsi ancora una volta della libertà, dell’amore, del tempo, del cielo, o più semplicemente di uno stupido bot messenger.

Davvero non fa differenza.

Se sai scrivere.

P.S.

Quando ho scritto questo post, volevo tenerlo breve, e fermarmi al secondo paragrafo. Ma il “dialogo tra la rigida conoscenza e la fluida ignoranza” ha fatto il resto.

E infatti questo è il titolo del prossimo post.

Uomini infiniti

C’erano infiniti uomini, dentro Aleph. Non infiniti in senso letterale che per spiegarselo ci si dovesse inoltrare nell’antologia degli insiemi. Ma milioni di miliardi di trilioni di uomini che nemmeno lui avrebbe potuto contarli.

Allo sguardo miope di un umano comune, Aleph, sarebbe sembrato un uomo morfologicamente uguale agli altri; con 2 occhi, un naso, una bocca e una sola testa, ma in realtà ogni uomo dentro di lui aveva una sua caratteristica e precisa fisionomia, sicuramente non riducibile ai 5 solidi regolari di Platone che s’incastrano alla perfezione tra loro, anzi, si “castravano”, alla perfezione!

No: gli uomini di Aleph erano tutti “sregolati”, pieni di contraddizioni, manie e di disordini morali; il che vuol dire che cozzavano l’uno con l’altro, causando tamponamenti a catena.

Un giorno però, dopo ere geologiche della sua vita grama, un colpo vitale di tacco 12 spinse l’uomo XY contro l’uomo XX e accadde un miracolo. Entrambi erano irregolari; ma inspiegabilmente, le loro irregolarità, combaciavano come i 5 solidi di Platone. Dove uno aveva una sporgenza, l’altro aveva una rientranza.

XY e XX non si sarebbero nemmeno sognati una tale fortuna e si unirono in un amplesso appassionato, ma anche un po’ violento, giustificato da tutti quegli anni trascorsi a desiderare ardentemente quel momento.

Rimasero così a lungo, forse per sempre, perché l’evento fortunato in cui si erano scoperti, diventasse il caposaldo… nella loro “capamalata”.

E vissero felici e contenti (anche se si menavano in continuazione).

La Rabbia del Perché

Le onde uscirono dall’oceano e si fecero largo a tentoni fra gli scogli e lentamente si fermarono, barcollando sotto la luce del faro che fece loro strada oltre gli scogli, dove si aprì una distesa palustre inframmezzata da aree ricoperte di carici e schiuma, fino alla spiaggia. Una spiaggia simile a quella dove poco prima avevano espirato il vento, solo che il vento stavolta non c’era. Stavolta sembrava che il vento non respirasse più…

E l’oceano morì.

Tutto intorno era silenzio, appena segnato da un timido canto di civette, reso ancora più lugubre dal pallore della luna, che si nascose dietro le nuvole per il disonore, del quale in un modo o nell’altro voleva liberarsi…

Le nuvole si commossero e piansero sul mare per ore, tanto che il cielo si adirò e urlò un vento che percosse la palude: si formarono trombe d’aria che rianimarono l’acqua stagnata e la riportarono bruscamente al mare…

L’oceano riprese a danzare dall’orizzonte alla spiaggia e la luna tornò a brillare fino all’alba.

Fu una grande festa.

Le onde acquattate una vicino all’altra sembravano tutt’uno con l’Oceano, immenso , burrascoso, ma tanto gentile e gaio.

Perché le onde erano fuggite via dall’acqua? Perché chiunque fa un po’ come gli pare senza valutare le conseguenze delle proprie azioni, spesso, sconsiderate?

Forse perché l’abitudine stanca, anche se è una bella abitudine, anche se il posto dove devi stare è quello lì, ed è il motivo per cui sei stato creato; ma in fondo, sai che devi ripartire, tornare nel luogo in cui sei destinato a vivere e che c’è sempre un motivo a tutto.

Perciò, non farmi arrabbiare!

L’orologio

C’era un grande orologio, nella vecchia casa nel bosco. Era a pendolo: incassato in un pregiato legno di noce, istoriato da generazioni di poeti maledetti che, alle prese con muse procaci, spesso, facevano soste frequenti, per incidervi sopra desideri irresistibili e ardenti che avevano il pudore di rendere pubblici.

Nel buio perenne del piccolo studio, una fioca lampada illuminava gli inusuali ornamenti e poco d’altro, e appena fuori dal suo raggio, nella penombra, si distingueva a fatica il volto di un uomo, seduto stanco sulla sua poltrona.

Uno scrittore maledetto, a detta della gente, sbalestrato, quindi snobbato da quasi tutti gli abitanti del villaggio, perché da tempo aveva smesso di scrivere per il giornale locale e si era dedicato , anch’egli, come i poeti, a incidere i suoi desideri sull’orologio a pendolo, ormai fermo.

Si era bloccato il 21 dicembre del 2015 e non c’era stato verso di ricaricarlo: l’ora che annunciava era sempre la stessa.

Nero, così si chiamava lo scrittore, aveva formulato varie teorie per farlo ripartire, ma al tentativo di rimetterlo in movimento, opponeva una strana resistenza, per il timore che le funzioni cronologiche dell’orologio, avrebbero condannato a morte la sua musa.

Ma uno di quei giorni che gonfiano la vita con la loro esuberanza, che rindondano di innumerevoli speranze, lo scrittore si armò di coraggio e decise di svelare il suo mistero;

Fu uno di quegli inizi che non appartengono a nessuna storia già scritta, perché nessuno prima di Nero l’aveva mai vissuta.

Lo scrittore sosteneva che l’orologio era rimasto affascinato dal mistero, per cui non aveva permesso al pendolo di oscillare; anzi, aveva preferito crogiolarsi dentro, tanto era il piacere che dava l’esito del suo possibile incontro con la sua musa.

La Musa volgeva questa spiegazione in un rimprovero: Nero aveva paura dell’amore, perché non l’aveva mai conosciuto davvero e se avesse cambiato la trama al suo racconto, l’avrebbe persa, per cui inventava mille giustificazioni alla sua inerzia.

Ma lo sbalestrato scrittore, quel nuovo 21 dicembre 2015, colpì l’orologio con la sua penna e il pendolo ripartì: usci da quella stanza e corse ad abbracciare la sua Musa, che da anni, era rimasta ad aspettarlo nel giardino della casa nel bosco, dentro il suo cespuglio di rose.

Il tempo si fermò, commosso dai loro baci, ma l’orologio continuò ad ascillare per accompagnare con una musica melodiosa Nero e La Rosa, nel loro incanto.

Il 21 dicembre di quell’anno era stato un giorno magico, come solo accade nelle favole, e l’orologio non poteva permettere che il tempo lo portasse via con sé; questo era il motivo per cui si era fermato.

C’è chi narra che questa storia sia pura fantasia, ma io posso testimoniare che non è così, perché sono io Il Tempo che si era fermato…

… e vi giuro che sono fermo ancora al momento dell’incontro dei due amanti; perché non voglio consumare quella meravigliosa favola d’amore. Non voglio consumare il loro amore.

Il Diamante

Un giorno Gil, passeggiando in bicicletta per le strade della sua città, trovò sul marciapiede, un diamante. Una grande fortuna, una di quelle sorprese, che di certo non puoi trovare dal vetraio, non di quelli grossi, ma brillante e iridescente.

Gil, passeggiava sempre da solo in bici, perché era un tipo molto solitario e a tratti burbero. Era molto magro, capelli color argento, il volto molto tirato e gli occhi tristi, di quelli che se li osservi bene sono sempre bagnati di lacrime. Eh, si, Gil aveva davvero il volto smagrito e gli occhi tristi, ma era elegante e slanciato, solo che per gli stronzi era un uomo asociale, folle e irriverente.

Quando entrava in un bar, però, si faceva notare; ordinava educatamente il suo caffè americano e, se non glielo servivano in fretta, mandava a cacare il barista e andava via bestemmiando.

Gil, era un tipo molto particolare, ma non glie ne fregava un cazzo di piacere agli altri. Anzi, ne era pure lusingato, perché gli altri erano soltanto dei polli, diceva.

Tuttavia gli piaceva non passare inosservato ed aveva una particolare cura per le sue mani, che amava decorare con tanti anelli, proprio come le femmine, ma non era frocio, anzi!

Un giorno, però, si accorse che al suo anello preferito, mancava la pietruzza e fu proprio questo, il motivo del suo isolamento; perché un anello senza pietruzza, non poteva riflettere la sua luce, e senza luce, lui poteva essere solo buio.

Ma quel giorno, la fortuna era dalla sua parte, perché aveva trovato la pietruzza per il suo anello.

Stefano ora “E'”

C’era una volta. Poi è cambiata la storia. Anzi, la storia è finita. Il bimbo Stefano ha deciso di cambiare registro.

Capitava spesso che si andasse fuori a cena e si scolassero litri di birra e rum, quel rum invecchiato e coca che frizzava nelle narici; e si faceva un piccolo festino in un privé, e tutti erano allegri, anche se i neuroni passeggiavano impazziti nei piattini riscaldati e si crollava puntualmente come pere cotte (Stefano mai) sul pavimento della pista da ballo della discoteca.

Volava anche qualche insulto, e ogni benedetta sera, le donne finivano a prendersi a capelli, sempre a causa di quella puttana paranoica invidiosa e sporcacciona della Lory che stava sempre fatta come una scimmia.

E quando si raccoglievano le ultime briciole di bianca con la sigaretta, c’era sempre qualcuno che diceva “E’ proprio buona sta roba”. E il bimbo Stefano non era contento; perché la bamba era sempre la stessa merda che lo faceva smascellare 3 giorni di fila…

Ma per tutti era stata una “cazzo di bella bamba”…

Te credo, quelli si sarebbero pippati persino la tufina, per come stavano messi!

Lui no. Lui era stato un buon intenditore, ma adesso ha smesso e non beve nemmeno più.

“Sono stato, ho fatto, ho avuto”, ora gli danno una sensazione di morte imponente, come quelle tombe nei cimiteri monumentali e tutti portano dei fiori ai loro miti, soprattutto scrittori e poeti stroncati da cocktail di veleni chimici.

E al bimbo Stefano questo fa incazzare: preferisce morire schiantato alla velocità di 355 km/ h con la sua Veneno Roadster, ma a 100anni con i soldi che gli escono dal culo.

Così il bimbo Stefano ha scatenato una lotta contro il suo passato e vuole che si parli soltanto del suo presente. O al massimo del suo futuro di scrittore Nobel.

Come tutte le guerre, anche quella di Stefano è sanguinaria; e infatti se dovesse dirvi cosa ha fatto per migliorare la sua vita, gli darebbero 30 ergastoli in cella di isolamento con la museruola di Hannibal Lecter.

Ma per lui è una questione di principio fare fuori chi gli intralcia l’esistenza…

Se dunque vi dovesse venire in mente di rompergli il cazzo per qualsiasi ragione, rinfacciandogli chi era stato, cosa aveva avuto e cosa aveva fatto, pensateci 2 volte, perché vi prenderebbe a calci in faccia come un cavallo imbizzarrito.

Perché Stefano ora “E'”.

Tenersi ben strette le pistole

Non tutti hanno a cuore le proprie opinioni allo stesso modo. Alcuni, sono disposti ad accettare di modificarle senza farsi problemi, mentre altri, sono irremovibili.

Quando vi aggrappate alle vostre idee e non avete la minima intenzione di cambiarle, posso dirvi che vi “tenete strette le vostre pistole”.

Ma è giusto o sbagliato?

Dipende da “modi tempi e luoghi” in cui si decide di ” sparare”.

E’ noto, che il militare giapponese Hiroo Onoda, dopo quasi 30 anni dalla fine della seconda guerra mondiale (1974), nella giungla dell’isola filippina di Lubang, venne arrestato, perché credeva che il conflitto non fosse terminato, rifiutando di arrendersi.

Quindi si tenne “ben strette le sue pistole”, continuando una guerra che in realtà era già finita.

Folle , vero? Ma non è una cosa che accade di rado combattere dove non c’è più bisogno.

Nel corso della mia vita, anch’io ho commesso questo errore, ma poi mi sono resa conto che il mio conflitto era interiore.

Che non c’erano più nemici da affrontare.

Non c’erano più ostacoli da abbattere, perché avevo già vinto la mia battaglia quando decisi di andare in trincea.

Avevo vinto, quando ho deciso di vincere, quindi, ma mi rifiutavo di crederlo, perché ero nata con la guerra in testa e la pace mi faceva paura…

Ero un’emerita polla.

Poi ho affrontato i miei nemici interiori che mi dicevano: “Devi difenderti. Devi attaccare. Devi distruggere. La pace è un’arresa, meglio morire”, mandandoli, letteralmente, al diavolo!

Avevo il terrore, in realtà, di ricostruire dalle macerie, la mia vita…

praticamente, avevo paura di rimettermi in gioco, anche se avevo ogni mezzo a mia disposizione, per farlo.

E’ ovvio che io non vi stia invitando a cambiare le vostre idee completamente o ad essere volubili in merito alle vostre decisioni…

… ma a valutare, che nel corso della vostra esistenza è naturale affrontare un cambiamento, ed è necessario per la vostra sopravvivenza.

Solo i polli, non cambiano opinione.

Solo gli ottusi.

Solo i saccenti, gli ipocriti e gli inetti.

Cambiando idea non si diventa tonti e perdenti, anzi: è sinonimo di intelligenza, di adattamento, di forza, di spirito combattivo.

Non si combatte per distruggere, ma per costruire.

Chi sa affrontare il cambiamento, vince ad ogni costo. Vive ad ogni costo. E’ realizzato, ad ogni costo…

Quindi, paradossalmente, tiene veramente ben salde le sue pistole.

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